Vivax nelle radici della Maremma
Le radici non sono soltanto strutturali ( economia ) e sovrastrutturali ( cultura, istituzioni ), ma anche sottostrutturali ( biologia umana, ambiente naturale ), ed è impossibile assegnare una gerarchia di livelli nelle complesse relazioni della nostra esistenza.
Certo è che le nostre discendono anche dalle generazioni che a lungo hanno convissuto con la malaria. Uomini e donne che hanno ospitato nei propri globuli rossi il plasmodio, il parassita malarico. Era la specie più benigna, il vivax, ed ha lasciato tracce non nel corpo, ma nella memoria.
Per coloro che hanno studiato la malaria, è certamente acquisito che non possa parlarsi di essa senza occuparsi delle sue connessioni con altri fenomeni sociali.
Meno evidente è che i contemporanei, che vivono ed amministrano in territori un tempo malarici, anche se non si soffermano sul ruolo storico rivestito dalla malattia, comunque si trovano a fare i conti con i residui – negativi o positivi – che essa, pur scomparsa da decenni, ha depositato sulla struttura socio-economica delle zone dove un tempo la sua presenza era endemica.
La domanda è : la Maremma Grossetana mostra i sedimenti che la malaria ha lasciato?
Una possibile risposta è sì!
Infatti quanto ha influenzato la malattia sull’odierna debolezza del suo tessuto urbano, si può ascrivere all’impossibilità ( protrattasi fino al 1900 ) della popolazione di vivere in pianura, quando in altre realtà Toscane ed Italiane, si sviluppavano , accanto ai centri urbani, reti di attive Città minori, correlate produttivamente con i loro territori.
Mentre accadeva questo, Grosseto languiva per mancanza di flussi economici, separata anche dai centri collinari in quanto sino al ‘900 era pericoloso viverci o soggiornarci nei mesi estivi e autunnali.
La stessa inesistenza di porti commerciali, che hanno portato circolazione di merci e di ricchezza dove si sono sviluppati, è certo dovuta all’impossibilità di insediarsi lungo la costa, assediata dalle paludi che lambivano il mare, vivai ideali per le larve delle zanzare, vettrici della malaria.
La distanza tra gli insediamenti collinari, cristallizzati in economie di autoconsumo, sta alla base della scarsità e inefficienza non solo del sistema viario minore ma persino della via Aurelia, fino a tempi recenti.
Le stesse attività produttive, principalmente l’agricoltura, hanno dovuto assumere e soprattutto conservare per secoli forme arretrate, se non primitive, forse le uniche compatibili con la presenza della malaria, che permetteva solo insediamenti collinari lontani dalla pianura e un’agricoltura estensiva con l’uso di manodopera stagionale.
La malaria ha dunque lasciato segni vistosi ed è stata determinante nella configurazione del grossetano come provincia segnata dal sottosviluppo, e proprio il suo ritardo socio-economico si è configurato come elemento di conservazione e di tutela delle risorse, della natura e del paesaggio.
Ex malo bonum, cioè un parassita del sangue ha costretto a rispettare l’ambiente quando gli uomini e le istituzioni l’hanno spinto al degrado.
Ex malo bonum la Maremma ha un patrimonio spendibile, tanto più che le più ricche e progredite provincie italiane, coinvolte, come sono state, in uno sviluppo precoce dalla convinzione che le risorse fossero rinnovabili o addirittura infinite, hanno abusato dell’ambiente. Queste si sono trovate così di fronte al degrado che ha colpito la terra, i fiumi e il mare, mettendo in discussione un modello di sviluppo.
Questa consapevolezza, da pochi fu recepita alla fine degli anni ’80 e trovò concrete risposte su cosa fare dopo tante analisi e tanti studi ancora di grandissimi attualità ( Conferenza Economico Programmatica della Provincia di Grosseto ) o l’individuazione di strumenti programmatori come il Sistema di Qualità Maremma, il cui primo asse operativo fu individuato , dopo la costituzione del GAL ( Gruppo di Azione Locale ) nel Distretto Rurale Europeo che proiettava la Maremma a farla divenire banco di prova di uno sviluppo che, mettendo al primo posto la necessità della tutela dell’ambiente, operava sottoponendo ogni intervento ad una costante verifica dell’impatto ambientale provocato. Una prassi che poteva divenire un vero e proprio modello operativo, ed avrebbe consentito alla Maremma di rovesciare, anche dal punto di vista culturale, l’antica impronta di arretratezza.
Questo non è accaduto perché gli uomini che hanno gestito quel processo hanno fatto come Canapone.
Infatti, le preoccupazioni degli efficienti governi lorenesi verso l’estensione della malaria in Maremma, derivavano, più che dalla volontà di alleviare le sofferenze delle popolazioni colpite, dalla certezza che la malattia, e le paludi, impedissero lo sviluppo agricolo di ricchi terreni di pianura.
Questo si evince dal fatto che all’epoca si fu certi che l’unico provvedimento per affrontare la malaria fosse di aprire canali di scolo delle acque, intraprendere opere di colmata dei terreni più bassi, arginare fiumi e torrenti perché non invadessero la pianura. Tale fervore di opere, che certamente coglieva nel segno per quanto riguardava il prosciugamento delle paludi, non fu però accompagnato da provvedimenti a favore delle popolazioni colpite dalla malaria. Per quanto fossero note le pessime condizioni alimentari dei maremmani non si cercò, ad esempio, di migliorare l’alimentazione di chi si ammalava, anche se la miglior nutrizione aiuta a combattere nei singoli la malattia, che è anemizzante ; né si introdussero forme di sussidio e di aiuto per quei braccianti e operai che, contraendo la malaria mentre lavoravano nei latifondi e nelle opere di bonifica, perdevano il lavoro.
La concentrazione dell’impegno verso le opere idrauliche, e la mancanza di attenzione verso i malati, fa pensare che la malaria non venisse combattuta tanto come malattia del corpo dell’uomo, ma come malattia del corpo della Maremma, creando così un circolo vizioso tra malaria e latifondo.
Così come le preoccupazioni dei governanti contemporanei non è stata quella di impegnare gli investimenti possibili derivanti dalle fonti , numerose, finanziarie discendenti dalle analisi, studi ed azioni profuse, tra queste quelle citate prime, negli anni per costruire il giusto profilo per una crescita armonica ed equilibrata della Maremma come banco di prova , laboratorio e modello di sviluppo nel solco della difesa ambientale come risorsa e quindi ricchezza per la popolazione residente e volano di valorizzazione del valore lavoro in modo diffuso, bensì come occasione di interventi di salvataggio dell’imprenditoria e della classe dirigente esistente, creando il circolo virtuoso tra potere economico e politica.